“Quel ‘gioco di resistenza’ poteva essere interrotto dall’app grazie alle segnalazioni sottoposte all’attenzione dei genitori – fa sapere Hanan Lipskin, co-fondatore di Keepers – L’app avrebbe riconosciuto le parole pericolose tra cui le stesse ‘Black Out Challenge’, scarfing (soffocare) e hanging (sospeso, appeso) sia in italiano che in lingua originale lanciando un allarme sullo smartphone collegato”.

Li chiamano “nativi digitali” perché a due anni sanno già usare tablet e smartphone. Il ditino si muove goffamente sullo schermo per attivare l’app che permette di vedere video e cartoni animati, di ascoltare canzoncine, filastrocche e – quando cominciano a riconoscersi – di vedere le loro fotografie ed i loro filmini. Tra i 5 e i 6 anni invece si passa ai videogiochi. A 10 tutto cambia. Non si usa più il cellulare di mamma o papà ma il proprio. L’iscrizione ai social con le foto pubblicate, poi c’è lo scambio di messaggi con gli amichetti. Ciò che prima si confidava al ‘diario segreto’ oggi arriva nella rete, con la differenza che quei segreti hanno un destinatario che può diventare pericoloso. Ma per un genitore non ci dovrebbe essere lucchetto che tenga. Così a ‘scassinarlo’ rispettando la privacy del ragazzino, ci prova keepers un’app di parental control che permette di accedere allo spazio digitale altrui.

Questo uno stralcio dell’articolo scritto da Famiglia Cristiana a seguito del triste episodio che ha visto coinvolta una bambina di Palermo. Le indagini vanno avanti e ancora la vicenda non risulta chiara.

Ciò che però risulta a noi chiara è l’attenzione, che deve essere sempre alta, nei confronti dei più piccoli e della loro vita online.

Assicurare un’esperienza digitale sana e sicura a bambini e adolescenti è la condizione fondamentale per costruire una società forte e radicata nei principi del rispetto dell’essere umano.

Keepers c’è!

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